Lavoro

Smart working in calo in Italia nel 2022

I dati dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del PoliMi confermano il trend negativo: -500mila unità in smart rispetto al 2021. Solo le grandi aziende hanno fatto tesoro della lezione della pandemia: le altre annaspano in un modello che "privilegia il controllo della presenza" e che "percepisce lo smart working come una soluzione di emergenza". Che, dati alla mano, non è.

A fine ottobre l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano formalizzava numericamente quello che in tanti già percepivano: dopo la bolla pandemica l’utilizzo delle formule di smart working in Italia nel 2022 è drasticamente calato.

Nonostante l’ennesima proroga di fine settembre che sposta il cerchio rosso al 31 dicembre per la fine dell’attivazione emergenziale dello smart working (quella, per sommi capi, senza l’accordo individuale col dipendente altresì necessario), con la fine della crisi legata alla necessità di contenere il Covid-19 le aziende sembrano tornare sui propri passi.

O meglio, non tutte le aziende. Quelle grandi e che macinano fatturato in Italia hanno fiutato l’opportunità e si sono regolate per normare lo smart working e non certo per mecenatismo ma perché gli indicatori continuano a confermare che è una grossa opportunità di crescita. Ma andiamo con ordine.

Smart working 2022 in calo, ma non per tutti

Secondo i dati dell’Osservatorio in seno a PoliMi, lo smart working è “ormai presente nel 91% delle grandi imprese italiane (era l’81% nel 2021), mediamente con 9,5 giorni di lavoro da remoto al mese e progetti che quasi sempre agiscono su tutte le leve che caratterizzano questo modello”. Al contrario, nelle PMI Italiane questo dato si è contratto. Nelle piccole e medie imprese italiane, dove stando al commento dell’Osservatorio “a frenare in queste realtà è la cultura organizzativa che privilegia il controllo della presenza e percepisce lo smart working come una soluzione di emergenza”, le formule agili sono passate dal 53% in secondo anno di pandemia al 48% di oggi.  Anche nella Pubblica Amministrazione si è registrata una contrazione del ricorso allo smart working, ma in tal senso pesa molto l’azione del precedente Esecutivo e in particolar modo del Ministro alla guida del dicastero competente, Renato Brunetta.

In totale, i lavoratori da remoto oggi, stando alla ricerca in questione, sono “circa 3,6 milioni, quasi 500mila in meno rispetto al 2021, con un calo in particolare nella PA e nelle PMI”, al contrario “si rileva una leggera ma costante crescita nelle grandi imprese che, con 1,84 milioni di lavoratori, contano circa metà degli smart worker complessivi”.

Smart working, sostenibilità e caro bollette

A nulla è servito vedere respirare il Pianeta mentre l’uomo era costretto a casa. Ma, senza essere aulici, a nulla è servito nemmeno l’evidenza palese di un mondo con un impatto minore legato agli spostamenti da e per il luogo di lavoro.

In un periodo storico in cui le Grandi Dimissioni sono lo specchio di un cambiamento di paradigma totale nei confronti del lavoro, l’Italia riesce quindi ad essere in controtendenza rispetto ai suoi stessi desideri. La mancata applicazione dello smart working, oltre a incidere su quanti hanno intravisto nel dramma mondiale la possibilità di una vita migliore e soprattutto di un migliore work-life balance, ha anche un costo per i dipendenti già tartassati e sull’orlo di una nuova crisi economica a cui nel 99 percento dei casi non hanno contribuito: un lavoratore che operi due giorni a settimana da remoto “risparmia in media circa 1.000 euro all’anno per effetto della diminuzione dei costi di trasporto“. Nella stessa ipotesi di due giorni alla settimana di lavoro da remoto vero è che c’è da registrare l’aumento dei costi dei consumi domestici di luce e gas che può incidere “per 400 euro l’anno“, ma questo vorrebbe comunque dire solo “ridurre il risparmio complessivo a una media di 600 euro l’anno“.

Una cifra comunque minore a quella che, stando sempre alle stime dell’Osservatorio, risparmierebbe il datore di lavoro sul dipendente. “Consentire – si legge nella sintesi del report – ai dipendenti di svolgere le proprie attività lavorative fuori della sede per 2 giorni a settimana permette di ottimizzare l’utilizzo degli spazi isolando aree inutilizzate e riducendo i consumi, con un risparmio potenziale di circa 500 euro l’anno per ciascuna postazione. Se a questo si associa la decisione di ridurre gli spazi della sede del 30%, il risparmio può aumentare fino a 2.500 euro l’anno a lavoratore“.

Verrebbe da chiedersi quindi cosa stanno aspettando le PMI in tal senso.

“Tornare indietro può essere difficile”

“Chi ha applicato lo smart working in modo emergenziale durante la pandemia – chiosa il report – deve essere consapevole che, se tornare indietro a un modello tradizionale di lavoro on-site può risultare difficile o impopolare, fermarsi a una applicazione superficiale, senza un’evoluzione coerente del modello organizzativo e manageriale che preveda una crescita di autonomia nella gestione degli orari e nel lavoro per obiettivi, rischia di non far ottenere benefici di miglioramento di produttività e benessere, e addirittura peggiorare la situazione rispetto a una condizione tradizionale di lavoro on-site”. Il riferimento è non solo alla mancata applicazione dello smart working ma alla differenziazione tra una forma agile e una forma invece esclusivamente remota (erroneamente chiamata smart, in quanto sarebbe stata più appropriata definirla come in UK remote working).

In sintesi, i dipendenti non vogliono lavorare da casa e basta, con gli stessi vincoli orari e lo stesso controllo magari, ma solo digitalizzato. I dipendenti vogliono che il lavoro cambi e tenga conto delle proprie esigenze di vita.

“La sola possibilità di lavorare da remoto – spiegano dall’Osservatorio – se non accompagnata da un’opportuna revisione del modello organizzativo, non dà benefici ai lavoratori in termini di benessere ed engagement. I lavoratori che manifestano i livelli più elevati di benessere sono infatti gli smart worker, tra i quali il 13% risulta pienamente ingaggiato, mentre i lavoratori remote non smart privi di flessibilità ulteriori oltre a quelle di luogo di lavoro, risultano avere minore benessere e un livello di engagement molto basso (6%), inferiore non solo ai veri smart worker, ma anche ai lavoratori on-site (12%)“.

“Il solo lavoro da remoto – in sintesi – se non inserito in una cornice più ampia di flessibilità e revisione dei processi, non porta benefici né a livello personale né organizzativo, ma può invece condurre a esiti più negativi persino rispetto a chi non ha alcuna forma di flessibilità come i lavoratori on-site“.

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