Lavoro

Italia, giovani talenti in fuga: poco valore al merito e carriere ancorate all’anzianità. “Modello spagnolo” per favorire i rientri

In Italia ed in particolare nel Mezzogiorno, i ricercatori trovano sempre meno spazio. Il tema non è  soltanto economico, ma fa riferimento alle diverse prospettive di crescita professionale e di qualità della vita, valori che i nostri giovani considerano imprescindibili.

L’ emigrazione intellettuale rappresenta il fenomeno sociale ed economico più preoccupante per il nostro Paese, acuito ulteriormente dalla denatalità e della difficoltà di attrarre capitale umano dall’estero. 

Purtroppo l’evento riguarda principalmente il Belpaese che, rispetto alle altre nazione dell’Ue non riesce a realizzare politiche di coesione e di gestione delle risorse umane, in grado di realizzare un compiuto processo di crescita economica. I salari bassi incidono sicuramente, ma ancor di più a fare la differenza è un approccio culturale che, ancorato a logiche manageriali arcaiche, considera il merito un elemento non decisivo per l’attribuzione di maggiori responsabilità.

Nella pubblica amministrazione in particolare, ma anche nella stragrande maggioranza del comparto privato, la “carriera” è legata più all’anzianità di servizio che alle capacità professionali.

E’ chiaro che in un contesto del genere, i ragazzi talentuosi, legati sempre meno ai valori affettivi casalinghi che un tempo li trattenevano nelle terre natìe, asfissiati dalla snervante trafila in organizzazioni aziendali ancorate a principi post industriali, decidano di tagliare il cordone ombelicale, trasferendosi all’estero.

Un fenomeno migratorio continuo, che si dirige non solo e non più verso gli States, trovando un proprio punto di approdo anche in economie europee un tempo meno floride della nostra (Finlandia e Repubblica Ceca), che hanno saputo recuperare posizioni importanti varando politiche economiche incentrate unicamente sul merito e sulla dignità del lavoro.

In Italia parliamo ancora di “gavetta”, per rappresentare il percorso di formazione esperienziale dei giovani nei settori nevralgici della nostra economica. E lo facciamo senza renderci conto che il mondo è cambiato, il sistema economico è governato da processi rapidi, che richiedono switch continui e non possono sostenere arcaiche concezioni di crescita professionale. 

Una zavorra al cambio di paradigma nel mondo del lavoro italiano è rappresentato dalle corporazioni che, nella veste di ordini professionali e di organizzazioni sindacali, hanno interesse a non far cambiare l’ordine precostituito, per mantenere rendite di posizione. Come è possibile pensare che le nuove generazioni, avulse da schemi e pregiudizi, tollerino una concezione della società e dell’economia conservativa?

I laureati italiani brillanti e con voglia di fare carriera, non esitano un solo istante ad espatriare per perseguire un doppio obiettivo: stipendi più alti, dignità professionale e forte orientamento al welfare. 

Quali correttivi adottare per cambiare la rotta? Le opzioni sono due e ci conducono in diverse aree dell’Europa. Mentre i paesi nordici, anche a causa della concentrazione di grandi aziende multinazionali, con una prevalente preferenza della lingua inglese, come raggio di azione attrattivo si indirizzano ai giovani di tutto il mondo, senza preferenze territoriali, in Spagna hanno varato il “Plan de Retorno”, incentrato sulla doppia matrice di incentivi fiscali e motivazionali, unicamente a favore delle intelligenze indigene sparse in tutto il globo terrestre, con un unico obiettivo: il loro ritorno in Patria. 

Potremmo pensare allora di ispirarci ai nostri vicini iberici, per provare ad invertire il paradigma rivitalizzando il tessuto sociale, economico e produttivo che rischia agevolare un lento ed inesorabile declino.

Fino a quando in Italia non daremo onore al merito, continueremo ad essere un paese per anziani e mediocri.

Alberto D’ Erasmo

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