Economia

Economia, il Mezzogiorno “locomotiva” d’Italia ma i numeri record non frenano l’emorragia di giovani verso il nord e verso altre aree d’ Europa

Sono dati in chiaroscuro, quelli che riguardano l’Italia e la Campania e che hanno caratterizzato lo scorcio finale di novembre. Da un lato, a sei mesi dal miglioramento dell’outlook, l’agenzia di rating Moody’s ha promosso il Belpaese, alzando il rating del debito pubblico italiano a Baa2, dall’altro il rapporto SVIMEZ 2025, nel tracciare un quadro di ripresa dell’economia del Mezzogiorno, lancia un accorato allarme riguardo l’emorragia dei giovani meridionali, proiettati sempre più verso il Nord e verso le altre zone più sviluppate dell’Europa. Un dato quest’ultimo, che riguarda in misura preponderante la manodopera altamente qualificata, rappresentata dalla schiera di laureati brillanti che preferiscono mettere radici nelle aree economicamente più sviluppate, che offrono le migliori occasioni di lavoro e la migliore qualità della vita. 

Al Sud chi resta? Solo la manovalanza scarsamente qualificata, a basso valore aggiunto e con marginali livelli di stipendio, spesso poco tutelata e vittima di beceri fenomeni di caporalato sul luogo di lavoro.

Ma partiamo da un dato positivo: tra il 2021 ed il 2024 il Mezzogiorno ha trainato la crescita occupazionale italiana. Gli occupati al Sud sono aumentati dell’8%, ad un ritmo superiore di 2,6 punti percentuali rispetto al resto del Paese. Il saldo positivo, che in Italia supera 1,4 milioni di unità, vede proprio il Mezzogiorno fornire un contributo dirimente con oltre 500 mila nuovi assunti.

Al Sud cresce l’occupazione, ma non si ferma l’esodo dei ragazzi. Secondo la relazione stilata dall’Istituto presieduto da Adriano Giannola, la quota dei laureati, nella fascia di età 25-34 anni, è del 50% per gli uomini e del 70% per le donne ed i trasferimenti annuali dei laureati meridionali raggiungono le 40mila unità. Quando un laureato decide di emigrare, una fetta del rendimento potenziale dell’investimento statale sostenuto per la sua formazione viene dispersa, cagionando una perdita secca per il territorio di origine dello studente.

Una perdita secca per il Mezzogiorno, stimata in termini di costo di formazione dei laureati che hanno maturato il proprio capitale umano nel Sud e poi si sono trasferiti altrove che, nel periodo tra il 2020 ed il 2024, ammonta a circa 6,7 miliardi di euro l’anno per coloro che si sono trasferiti al Centro-Nord, a cui si aggiungono ulteriori 1,2 miliardi di euro per i ragazzi che si recano oltre i confini nazionali.

Un fenomeno che ha origini antiche e che consente di fatto di sostenere l’economia del Nord, anch’essa costretta a subire l’emigrazione dei propri “cervelli”, bilanciata dall’accoglienza dei nostri giovani.

Ma questo gioco a “somma zero” rischia di avere vita breve, alla luce del sopraggiunto fenomeno della denatalità anche in un territorio, quello del Sud, che presto finirà di “regalare” i figli migliori all’altra parte dell’Italia.

Come fare per invertire la rotta? La domanda non si presta ad una facile soluzione poiché a zavorrare le prospettive di crescita economica del territorio meridionale vi è sicuramente un approccio culturale e sociologico duro a morire. Una mentalità sedimentata da decenni, in base alla quale l’emigrazione per il talento made in Sud è un evento inevitabile, inerziale, in perfetta linea con lo spirito di rassegnazione che per troppo tempo ha contraddistinto il cittadino meridionale.

Non è un caso allora che al Sud un lavoratore su cinque è povero e che i lavoratori in stato di indigenza nel Mezzogiorno siano cresciuti di ben 100mila unità nel 2024, rispetto all’anno precedente.

E non deve trarre in inganno la crescita del Pil meridionale tra il 2021 ed il 2024 (+2,7% rispetto al Centro-Nord), poiché a drogare questo dato è stato il boom delle costruzioni, sostenuto in una prima fase dagli incentivi del Superbonus e successivamente dagli investimenti pubblici legati al PNRR (tra il 2021 ed il 2024 il valore aggiunto dell’edilizia è aumentato del 32,1% nel Sud, rispetto al 24,2% del Centro-Nord).

Il Sud continuerà a crescere più del Nord, finché ci saranno le risorse del PNRR. E’ questo il messaggio lanciato dall’indagine SVIMEZ e la Zes si presenta come un formidabile strumento per scongiurare il declino delle aree disagiate del nostro Paese.

La Zes Unica per il Mezzogiorno, nasce con l’obiettivo di offrire un quadro unitario per garantire nuovi investimenti, semplificare i processi amministrativi e valorizzare i punti di forza logistici e produttivi dei territori meridionali.

La nuova governance ha sicuramente garantito un’accelerazione procedurale, con una riduzione importante dei tempi medi per ottenere i titoli necessari per avviare un investimento produttivo, passati da 98 a 54 giorni, attraverso lo strumento dell’autorizzazione unica gestita dalla Struttura di Missione Zes.

Ma se davvero vogliamo rendere sostenibile il processo di sviluppo economico del Mezzogiorno, dobbiamo affiancare alla efficace azione della Zes, una risoluta politica industriale, in grado di ottimizzare le ingenti risorse garantite dal PNRR, per far partire i tanti cantieri sparsi lungo il territorio e portare a termine la rete infrastrutturale strategica per l’efficacia dei servizi. Un focus particolare deve essere dato allo sviluppo dei progetti legati alle energie rinnovabili, nella consapevolezza che senza una netta inversione di tendenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche, non sarà possibile garantire il riscatto sociale ed economico della Campania e del Sud

di Alberto D’Erasmo

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